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Il Labirinto più grande del mondo

Pubblicato da
Lorenzo Paci
il 20 aprile 2015
intervista a Franco Maria Ricci

Articolo di Marco Loprete per labottegadihamlin

 

Chi è Franco Maria Ricci? Designer, bibliofilo, editore: sono molte le etichette con cui possiamo raccontarlo. La sensazione però è che nessuna di queste basti a contenerlo. Nato a Parma nel 1937, una formazione da geologo alle spalle, Ricci oggi è l’ideatore di uno dei progetti più sorprendenti che il nostro paese abbia la fortuna di ospitare: il labirinto di bamboo più grande del mondo.

“Grande” è un aggettivo che non si riferisce solo alle dimensioni. Il Labirinto, costruito a Fontanellato (Parma), nei suoi sette ettari di estensione ospiterà spazi culturali per più di 5000 metri quadrati. All’interno, la preziosa collezione d’arte di Franco Maria Ricci (500 opere dal Cinquecento al Novecento), una biblioteca con circa 1200 volumi (molti dei quali dedicati al grande tipografoGiambattista Bodoni) e le edizioni curate dallo stesso Ricci nella sua carriera di editore.

Non finisce qui, perché la Masone (questo il nome del complesso) ospiterà anche una scuola, a cui è affidato il compito di raccontare le bellezze del territorio. Un progetto vastissimo, che ha visto Ricci impegnato negli ultimi vent’anni e che ora è giunto a conclusione: a maggio, il Labirinto svelerà i suoi segreti a chi vorrà immergersi in un’esperienza che promette di essere surreale e “terrena” al tempo stesso.

Qui sotto potete leggere il resoconto di una chiacchierata con Franco Maria Ricci. Ci sono i ricordi d’infanzia (le «zingare dalle lunghe gonne colorate» che arrivavano a Parma con i loro «baracconi»), l’incontro cruciale con Jorge Luis Borges (che dei labirinti aveva fatto la propria ossessione). C’è un’erudizione che non sconfina mai nel didascalismo più lezioso, animata com’è da uno spirito quasi fanciullesco della scoperta, e soprattutto un culto della bellezza mai fine a se stesso, che affonda le sue radici nel mondo classico ed illumina con un taglio sorprendente alcuni aspetti della contemporaneità.

 

«Abbiamo bisogno di perderci», dice Ricci. Il Labirinto, più che un dedalo di vie fatto per confondere, promette di essere un percorso di liberazione dalle pastoie di una modernità che, con la sua sovrabbondanza digitale, spesso ci priva del piacere della scoperta. Un microcosmo di sogno nel bel mezzo della pianura padana, per rinfrancare lo spirito e ritrovarci.

 

Cominciamo dal suo ultimo progetto, il Labirinto. Ho letto che la sua creazione è stata ispirata da Calvino e Borges. Quando ha avuto esattamente l’idea e cosa l’ha spinta a lanciarsi in un’impresa del genere?

Si è trattato di un percorso tortuoso e imprevedibile, nato da incontri, esperienze, da emozioni, da pensieri che a un certo punto sono confluiti e si sono coagulati in un progetto. Due esperienze, una nell’infanzia e una nella giovinezza, hanno segnato i miei primi incontri con i labirinti. Quando ero piccolo, di tanto in tanto zingari e zingare dalle lunghe gonne colorate arrivavano a Parma con i lorobaracconi (li chiamavano così) e installavano un labirinto di specchi contrapposti, che mi colmava di meraviglia. Al secondo anno di università, invece, mentre frequentavo la Facoltà di geologia, nei week-end e nelle vacanze estive mi avventuravo nelle buie viscere della terra, scoprendo labirinti sotterranei. Quando fui cresciuto un po’, i labirinti uscirono dalla mia vita, come da quella di chiunque. Se a un certo punto, molto tempo più tardi, quei percorsi laboriosi riemersero come da una sorta di oblio e cominciarono ad attirare la mia attenzione, fu prima per la lettura, poi per l’incontro e l’amicizia con Jorge Luis Borges. A più riprese Borges fu mio ospite, a Milano e a Fontanellato. Le traiettorie che i suoi passi esitanti di cieco disegnavano in spazi per me facili e familiari mi facevano pensare alle incertezze di chi si muove fra biforcazioni ed enigmi. Gli dissi, uno di quei giorni, che mi sarebbe piaciuto, prima o poi, costruire un labirinto; aggiunsi, peccando un po’ di superbia, che sarebbe stato il più grande del mondo. Borges obiettò che il più grande labirinto del mondo esisteva già, ed era il deserto. Una cosa mi sembrava sin da allora certa: non avrei mai potuto costruire uno di quei labirinti infiniti, o pressoché infiniti, che Borges aveva descritto in certi racconti di Finzioni o de L’Aleph. A conferire un principio di concretezza al progetto fu un altro incontro, avvenuto negli anni Novanta, quando Borges ormai non c’era più: quello con Davide Dutto, un giovane studente torinese di architettura. Dopo aver sviluppato insieme a lui un complesso progetto editoriale, la ricostruzione virtuale di Giardino di Polifilo, fui di nuovo attratto dall’idea di costruire un labirinto. Chiesi l’aiuto di Dutto e ci mettemmo al lavoro. L’elaborazione del progetto richiese diverso tempo, fino ad arrivare alla versione attuale. Ho così costruito un labirinto finito ma grandissimo!

(veduta aerea del complesso del labirinto, foto di Carlo Vannini)

Il Labirinto è stato realizzato con 20mila bambù, piantati su sette ettari di terreno. Perché ha scelto proprio i bambù? E il disegno del Labirinto, a cosa si ispira?

In Italia il bambù è una pianta poco conosciuta e poco usata: al massimo si sa qualcosa di una sola specie, la Phillostachis aurea, spesso confusa con le canne. Anni fa, in Francia, scoprii un luogo meraviglioso: la Bambouseraie d’Anduze. Si tratta di un vivaio, che è anche un parco molto visitato; fu fondato a metà dell’Ottocento e ospita oltre 200 specie diverse di bambù, alcune alte sino a venti metri, altre nane. È la più grande piantagione esistente in Europa. Forse nemmeno in Oriente esiste qualcosa del genere. È lì che mi innamorai di quella pianta e decisi di piantare un giardino di bambù sulle terre che circondavano la mia casa di campagna, a Fontanellato. Sorvegliando la crescita delle mie piante, potevo constatare quotidianamente come, nei pressi del Po - fiume il cui nome sembrava un omaggio al più famoso tra i poeti della letteratura classica cinese, Li Po -, il bambù, venuto dalla Cina, si trovasse come a casa sua e si sentisse a suo agio.

Sino a quel momento il bambù non aveva alcun rapporto col labirinto; poi un giorno ebbi una folgorazione: quella pianta mi offriva la materia prima ideale per costruirlo. La pianta tradizionale usata nei labirinti è effettivamente il bosso Anch’io forse l’avrei usato, se fossi stato più giovane, ma il bosso cresce lentamente, mentre il bambù è velocissimo. In più, non si ammala, non perde le foglie, a causa della sua impaziente crescita assorbe grandi quantità di anidride carbonica, lasciando a noi l’ossigeno.

Uno tra i compiti della Fondazione, che si occuperà anche del Labirinto, sarà quello di restituire armonia al paesaggio padano, deturpato negli ultimi tempi da capannoni industriali, proprio mediante l’utilizzo del bambù. La Fondazione fornirà le piante necessarie e un servizio di consulenza; gli imprenditori potranno quindi mascherare i propri capannoni con le delicate cortine verdi delle canne e il paesaggio tornerà alla bellezza perduta. Per lo schema del labirinto mi sono ispirato a due mosaici romani conservati al Museo del Bardo di Tunisi e al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Il labirinto romano presenta, come il mio, angoli retti. Tale forma è stata però rielaborata, introducendo qua e là delle piccole trappole, come nei labirinti rinascimentali: bivi e vicoli ciechi, che nei labirinti romani, rigorosamente univiari, non c’erano. Il perimetro è a forma di stella, forma che compare per la prima volta nel Trattato di architettura del Filarete, e in seguito fu adottata da Vespasiano Gonzagaa Sabbioneta e dalla Repubblica Veneta a Palmanova in Friuli. Il progetto del Labirinto ha subito una lunga elaborazione insieme all’architetto Davide Dutto, che per la mia casa editrice aveva curato un volume con le ricostruzioni virtuali del Giardino di Polifilo.

In tutta la sua attività c’è da sempre un grande interesse per la “terra”. Lei è stato geologo, salvo poi dedicare la sua vita alla bellezza. Possiamo dire che il Labirinto è un po’ la sintesi di queste due pulsioni?

Il Labirinto può essere considerato in generale come la sintesi della nostra esperienza del reale, ma sicuramente l’interesse per la terra e la dedizione alla bellezza hanno giocato un ruolo fondamentale nella direzione che ha preso la costruzione del complesso. Se da una parte c’è stata infatti una grande attenzione alla parte botanica, con un’accurata scelta dei tipi di bambù da impiegare, dall’altra la tensione verso la bellezza è rappresentata dalla mia Collezione d’arte che sarà presente al Labirinto, che è frutto di una ricerca che dura da tanto tempo ormai.

(Scorci interni del Labirinto, foto di Massimo Listri) 

Accanto a questa dimensione artistica, il Labirinto, per la sua natura, prefigura anche un percorso più “interiore”. Quanto abbiamo bisogno, oggi, di perderci e ritrovarci?

Abbiamo bisogno di perderci perché il percorso per ritrovarci è salutare per lo spirito. Oggi il computer somiglia al labirinto, la rete in cui ci perdiamo, ma questo smarrirsi è segnato dall’angoscia. Il percorso all’interno del mio labirinto dovrebbe servire invece a ritrovare la serenità, il silenzio, e infine la via d’uscita.

La Masone ospiterà anche una scuola. Tra le varie iniziative, ci saranno seminari di botanica e una School of Art, che illustrerà le bellezze del territorio circostante…

Organizzata durante i mesi estivi, la Scuola ha lo scopo di far conoscere, soprattutto agli stranieri curiosi e appassionati della Bellezza, le ricchezze d’arte e la memoria del territorio limitrofo a Parma, gremito di città e di antichi borghi (Mantova, Sabbioneta, Fidenza, Fontanellato, Busseto, Salsomaggiore, Soragna). Alle lezioni, tenute da specialisti di storia dell’arte, si affiancheranno visite guidate. Si tratta della prosecuzione, in altra forma, di una mission già svolta con la rivista FMR, che ha fatto conoscere, in tutti i paesi in cui veniva pubblicata, molti tesori italiani poco noti e a volte inediti

Lei è un grande studioso e ammiratore di Bodoni. Nella sua biblioteca si trovano circa 1200 volumi dedicati al grande tipografo. Quando è nata questa passione per Bodoni e cosa l’ha attratta della sua figura?

Il colpo di fulmine fu, nel 1963, il contatto diretto con l’originale del Manuale Tipografico, visto allaBiblioteca Palatina di Parma alla inaugurazione del Museo Bodoni. Da lì venne la risoluzione improvvisa di diventare editore, di riprendere l’uso esclusivo dei caratteri bodoniani e di ispirarmi costantemente all’estetica aristocratica del sommo tipografo neoclassico. Con le sue forme nitide e semplici, con la misura, l'equilibrio, i canoni armonici e la perfezione, ha costituito un modello decisivo per me, sia nel campo dell’editoria che in quello della grafica.

Oltre a Bodoni, un altro suo grande riferimento è Borges, con cui ha collaborato per il progetto La Biblioteca di Babele. Che ricordo ha del vostro primo incontro?

Nel 1973 decisi di fare la conoscenza di Borges. Era un mito per me, al punto che, fino a quel momento, non osavo annoverarlo fra i miei autori. Incontrai Maria Esther Vázquez e suo marito,Horacio Armani, degli amici di Borges, e grazie a loro, un giorno dell’inverno 1973-74, entrai alla Biblioteca Nazionale di Buenos Aires, che era diretta proprio da Borges. Elegante, vestito con una camicia bianca, mi aspettava sotto la cupola della sala di lettura. Non appena gli dissero che l’editore di Milano era arrivato, mi venne incontro recitando Dante: «Tu duca, tu signore». Sul momento pensai che fosse una cortesia dedicata ad un ospite italiano, o che forse sapesse a memoria solo quel verso della Divina Commedia.

Ma quando poi lo conobbi meglio e divenimmo amici, capii che era come in attesa di un liberatore, di una guida, come il minotauro che aspettava che lo facessi uscire dal labirinto [il riferimento è a La casa di Asterione, uno dei racconti più belli di Borges, ndr]. Mi chiese di parlargli dell’Italia e dell’Europa ed io, nonostante la timidezza e l’imbarazzo che provavo di fronte a Borges (perché mi sentivo una nullità), lo invitai a recarsi a Milano, promettendogli che l’avrei poi portato a Genova (alla quale era molto interessato) o in qualsiasi posto volesse. Il Minotauro ne fu felice, comprese che l’editore non voleva ucciderlo nel labirinto e che era un buon Teseo che il destino mandava per liberarlo.

Lei è un cultore della bellezza neoclassica. Che rapporto ha con l’arte moderna, con le sue provocazioni mediatiche e l’interesse per le nuove tecnologie?

Confesso che non amo l’arte contemporanea, con quella sua quasi inscindibile concezione di “bellezza contabile”, legata al mercato e alle oscillazioni. Trovo assurdo che un’opera di un contemporaneo costi quanto un Carracci o un Guido Reni. In generale mi guardo intorno e non vedo quell’apparato di sapienza artistica, quel patrimonio di artigianato, cultura, ricerca dello spirituale che trovo invece nell’arte e nella cultura passata.

(la prima corte con il Belvedere, foto di Mauro Davoli)

Lei è nato a Parma, ma ha un rapporto speciale con la Sicilia. Tra i suoi progetti più importanti, la pubblicazione della monumentale Enciclopedia della Sicilia (2006). Cosa l’affascina di questa terra?

Della Sicilia ho sempre amato le immense bellezze artistiche che conserva. Nella mia Enciclopedia, ormai un’edizione esaurita e rarità per bibliofili, sfilano i meravigliosi “marmi mischi” barocchi, le architetture normanne, le meravigliose ville ricche di decorazioni…

Ho in seguito creato un altro libro di argomento siciliano, I fiori di Sicilia. Questo progetto editoriale, unico nel suo genere, ha permesso ad un antico erbario dell’Ottocento, Acis Hortus Regius, commissionato dal botanico acese Giuseppe Riggio al pittore decoratore Emanuele Grasso nel 1811, di tornare alla luce. Il libro riporta infatti tutte le tavole illustrate dell’originale. L’antico erbario, acquistato dalla libreria antiquaria torinese Pregliasco, è stato poi donato alla Biblioteca Zelante di Acireale.

«Spulcio sempre i cataloghi antiquari alla ricerca di qualche Bodoni ancora mancante nella mia collezione»: lo diceva in un’intervista del 2008. In un’epoca in cui tutto è a portata di Google, è ancora possibile provare il brivido e la meraviglia della scoperta?

È certamente possibile, da collezionista posso dire che ritrovo questo brivido, questa meraviglia, ogni volta che, cercando fra gli oggetti d’arte, incorro in qualcosa che rappresenta il naturale completamento della mia indole. Ma è anche nella scoperta di un borgo o di una chiesa o di un edificio sconosciuto o poco noto, che trovo quelle sensazioni, ed è per questo che cerco di trasmetterle anche agli altri tramite iniziative come la già menzionata Summer School. Infine, spero che anche il mio Labirinto sia in grado di donare a chi lo visita un frisson, che sia un misto di meraviglia, curiosità e leggero timore di perdersi.

 

Per saperne di più sul Labirinto e su Franco Maria Ricci, visitate il sito www.francomariaricci.com. Per tenersi aggiornati sulle attività e sull'apertura del Labirinto è possibile iscriversi su www.labirintodifrancomariaricci.it.

 

Articolo di Marco Loprete per labottegadihamlin

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