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"diritto all'arte"

Riviste e Critici - Aperto da: Vedi - 27.01.2017 12:42
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#264465 27.01.2017 12:42

quello che abbiamo portato all'inaugurazione della Mostra "La fine del nuovo", a Pordenone e lubjana.

qui c'è l'audio : http://veditu.blogspot.it/2017/01/la-fine-del-nuovo-end-of-new-questo-e.html#more , in italiano e inglese

Vedi tu è un collettivo nato nel duemilaundici e ad assetto variabile. La prima cosa che abbiamo fatto è stato scrivere, e far conoscere, il Manifesto per l'arte commerciale. Lo intendevamo come una provocazione, avendo  ripreso e capovolto tutto quello che sentivamo dire, e che noi stessi dicevamo, nel ristretto mondo degli artisti. Abbiamo quindi definito la nostra gioia di stare nel Mercato e  la nostra accettazione dei suoi linguaggi e delle sue regole, riconoscendo invece la ricerca come la scusa preferita di chi nel mercato non riesce ad entrare. Pensavamo, sogghignando, che avremmo fatto arrabbiare qualcuno o che, al massimo, saremmo stati ignorati. Mai avremmo immaginato che, invece, il nostro manifesto sarebbe diventato per molti un motivo di liberazione, di soddisfazione, che esprimesse qualcosa che veniva pensato ma non detto. Alla fine della nostra fallita provocazione abbiamo avuto un centinaio d' adesioni, s'è creato un bel dibattito e addirittura un'importante galleria ci ha proposto di collaborare.

Da questa sorpresa è nato il nostro percorso successivo, perchè abbiamo pensato che  non avevamo capito granchè del mondo dell'arte che, pure,  frequentavamo, e forse nemmeno del mondo in generale. Abbiamo prodotto qualche lavoro, visto che, all'epoca  alla famosa galleria non avevamo niente da mandare, e scritto un po' cercando d'esplorare il mercato, i modi in cui ne siamo pervasi,  come ci cambia. Esplorazioni nel vero senso del termine, avendo trasformato i nostri testi in racconti di viaggio, fondati su scritti come il Viaggiatore incantato di Leskov o i famosi Racconti di un pellegrino. Tutte narrazioni perchè, come scrive Benjamin nel saggio sul romanzo, ci pare proprio la fiaba uno dei modi più adatti ad interpretare il mondo e magari allontanare alcune nostre paure.

Il nostro contributo al catalogo della mostra sta in questo percorso, anche se, per noi, la fine del nuovo ha un valore positivo. Non abbiamo, infatti, nostalgia del secolo scorso, non inseguiamo nuovi realismi, accogliamo di buon occhio il tramonto del padre. La fine del nuovo apre alla novità, la scomparsa dell'altro,  richiama gli altri, la fine della storia ci apre alle storie.

L'utilizzo  di segni meno pesanti, di segni meno segni, è un modo per non rimuovere ingenuamente il Mercato che ci abita con le modifiche che porta nel nostro vivere, nel nostro corpo, nel nostro desiderio, nel modo in cui abbandoniamo le grandi narrazioni per un piacere frequente eppure fragile. In questo fluire del mercato sta forse la possibilità   dell'arrivante nel senso di Derridà, ovvero  colui che viene senza essere invitato, senza che lo si aspetti, che mette in questione ogni precostrutto e che permette quella  destabilizzazione, seppur traumatica, che ci sembra l'unico modo per una cooperazione vera e possibile, offerta dal Mercato.

Viste le esigenze di sintesi, per un maggiore approfondimento della questione rimandiamo ad altri  testi, che trovate sul nostro sito.

Ma se questa è la nostra condizione quali sono, se ci sono, i nostri nuovi diritti? Riprendiamo una discussione nata in Francia qualche anno fa, quando un ministro propose d'abolire l'insegnamento della filosofia, non ritenendo avesse una specificità tale da distinguerla dalla letteratura o dalla storia. Ci si chiese, con un ampio dibattito, se esisteva un diritto alla filosofia. E noi ci chiediamo:  esiste un diritto all'arte?

Andare diritto all'arte non è questione che si può risolvere in poco tempo. Chiederci, di nuovo, che cosa sia l'Arte, sarebbe probabilmente uno sforzo inutile se non dannoso. Sarebbe già di per sé abbandonare l'approccio discreto che abbiamo detto ci sembra necessario per comprendere il contemporaneo e ricadere nella tentazione di mettere una maiuscola all'arte, ritornando ai tempi delle parole pesanti. Certo è, però, che se vogliamo parlare di un diritto in qualche modo dobbiamo identificarlo, come qualunque prodotto. I diritti, in generale, perchè abbiano qualche riconoscibilità, devono essere accolti da delle convenzioni stabilite, magari avvallate da qualche istituzione. Nella storia ci sono  numerosi episodi di questo processo. Ad esempio nel 1855 il buon Curbé venne escluso dal Salon e dunque fece costruire una struttura temporanea vicino all'esposizione ufficiale certificata dall'Accademia. Ci piazzò 44 dipinti e poi lo chiamò il padiglione del realismo. Tante proteste ne nacquero che alla fine Napoleone terzo istituì, nello spazio più lontano del Salon, il Salone dei rifiutati (1863). I rifiutati alla fine svelarono la natura dell'Accademia e i suoi limiti, demistificandone l'autorità.  Dunque istituzioni che si sviluppano, vengono contestate e sostituite. Convenzioni che seguono lo stesso percorso.

Cos'è una convenzione? Per capirci ecco un esempio retrò: le buone maniere. Se incontriamo un conoscente diciamo “ Piacere di vederla, come stà oggi?” E' evidente che non intendiamo chiederlo seriamente, anzi se la nostra controparte sospettasse che il nostro interesse è sincero probabilmente rimarrebbe spiacevolmente sorpresa, poiché sarebbe una domanda troppo intima. Parafrasando froid, col buon Slavoj Z, “perchè mi stai dicendo che sei lieto di vedermi, quando sei davvero lieto di vedermi?”. Allo stesso tempo, però, non stiamo in una totale ipocrisia, poichè proprio così stabiliamo un patto tra noi, come molti altri. Una convenzione appunto, che ci fa stare meglio, che regola la decisione sull'auto che compriamo, sull'artista che ospitiamo, sul film che vediamo. Anche fare tutto il contrario significa riconoscere la convenzione ma ribellarvisi. Accettare l'istituzione che la legittima e cercare di svincolarsi, nei limiti che il Mercato benevolmente ci lascia.

Ma oggi chi, effettivamente, può circoscrivere quello di cui abbiamo diritto?  Ad esempio se noi oggi siamo in una galleria, c'è un curatore, basta a riconoscere siamo circondati da opere d'arte? Oppure è più interessante sapere quali di queste opere saranno vendute, avranno un mercato? Ci sa che se lo chiedessimo ai cento sostenitori del nostro manifesto direbbero qualcosa d'interessante vista la stanchezza che hanno dimostrato per i circuiti dell'arte fuori dal mercato. Il povero Ai WeiWei ci dice che tutto è arte. E noi concordiamo con lui.  Ma come fa il Tutto ad essere un diritto? Probabilmente intende un tutto minuscolo, il tutto che passa dalle sue mani, che si sottopone al trattamento di un'artista. Dovremmo chiederci, dunque, se l'arte è il tutto mediato dall'artista, chi è un artista? Come riconoscerlo come fonte legittimante? Anche questa è una domanda poco sensata, oggi. Il buon Cattelan sostiene che un'opera è arte solo se dura nel tempo. Altrimenti è merciandaising. Allora potremmo prendere il tempo come metro? E' un po' contraddittorio con l'idea di contemporaneo. Quanto tempo? Un anno, una generazione, un secolo? Fra 50 anni, ci ricorderemo del suo vater d'oro o delle saponette che ha prodotto? Quale delle 2 è arte? Anche qui, ci sa, il sottinteso è che il caro cattelan ritiene che proprio le sue, di opere, saranno ricordate, in quanto vero artista. E torniamo così, circolarmente, al punto di partenza.

Non sono, le nostre,  domande leziose. Perchè poi, se l'arte fa parte dei nostri diritti, ci sono delle conseguenze. Per quanto spesso inesigibili, i diritti dovrebbero essere universali. E allora ci permettiamo di fare un deturnament di un piccolo pezzo di un testo, sempre di derridà, sostituendo arte a filosofia. “Chi ha diritto all'arte oggi, nella nostra società? A quale arte? A quali condizioni? In quale spazio privato o pubblico? Quali i luoghi d'insegnamento, di ricerca, di esposizione, di lettura, di discussione?”. Anche perchè, visto che l'abilità tecnica in molte forme d'arte va messa ormai in secondo piano, la democraticità della figura dell'artista è ormai pienamente realizzata.

Tanto diffusa e frammentata è la pratica artistica che forse oggi, in assenza delle grandi idee, ormai superate, più che una storia dell'arte, più che un curatore che studia la materia, sarebbe opportuno un archivio. Senza commenti particolari. Cioè, tirando le somme, se l'unico modo vero di cooperazione passa dal mercato, se tutto è arte, se tutti siamo artisti (poiché questa è la conseguenza immediata) allora sono finite le sovrastrutture. Archiviamo, giustapponiamo ciò che è detto arte. D'altra parte prendiamo in mano un qualunque libro di un grande curatore. Avremo probabilmente un elenco di immagini e di esperienze, d' intuizioni e performance l'uno seguente all'altro, non organizzazione di racconti (ad esempio: Bonami, Dal Partenone al Panetttone).

Un diritto così ambiguo può essere sostenuto? Ha senso continuare l'insegnamento dell'arte a scuola, ha senso che il pubblico finanzi le esposizioni dell'arte contemporanea?

E' un dubbio che ci riporta alla questione del nostro manifesto. Poiché senza dei confini definibili, in questo racconto che cambia protagonisti e salta da una storia all'altra, il rischio è di creare delle strane sacche che pensano di fuoriuscire dal mercato. Strani luoghi in cui il lavoro non viene pagato, perchè s'accontenta di farsi vedere. Recinti da cui non si esce, felici d'essere esposti, rinunciando alla possibilità d'entrare nel mercato, accettando però di restare afoni rispetto alla generalità delle persone.


Esiste un diritto all'arte? Se si, certamente non può essere esterno al mercato. Se no, certamente non può essere esterno al mercato.


 

#267641 13.06.2017 19:22

Kinda interesting informations, thanks

 

 

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