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Mario Selloni

Pubblicato da
Mario Selloni
il 12 gennaio 2018

Francesco Ciusa

scultore nuorese

Francesco Ciusa  è nato a Nuoro, 2 luglio 1883.

La vera scultura comincia in Sardegna con Francesco Ciusa, artista la cui vicenda assume per il mondo intellettuale sardo del primo Novecentoun valore quasi mitico. La premiazione, alla Biennale di Venezia del 1907,del suo gesso La madre dell’ucciso viene interpretata dai conterranei come un evento simbolico, che apre una nuova era per la cultura isolana. Alla Sardegna,terra periferica ed arretrata, è stato finalmente riconosciuto diritto di cittadinanza nella più grande manifestazione artistica italiana ed europea. Ciusa diventa quindi il “primo scultore”, come la Deledda era la prima scrittrice, Sebastiano Satta il primo poeta. .grazie a un piccolo sussidio concessogli dal Comune della sua città natale Nuoro).ha potuto frequentare l’Accademia di Belle Arti a Firenze L’ambiente del capoluogo toscano è ricco di sollecitazioni culturali e di stimoli figurativi, a cominciare da quelli offerti da Giovanni Fattori. La pittura dell’anziano maestRealismo e simbolismo si intrecciano poi nel lavoro di artisti a Ciusa più vicini per età e con i quali si lega d’amicizia, come Plinio Nomellini e Galileo Chini. Altri amici sono lo scultore Libero Andreotti e il pittore Lorenzo Viani. Nel campo della scultura, l’interesse di Ciusa si concentra sulla riscoperta della grande tradizione rinascimentale, soprattutto il Quattrocento e Donatello, del quale lo colpisce la mescolanza di classicismo, realismo e  espressività. Sul piano delle idee, inoltre, tanto Fattori quanto Viani e Nomellini condividono una cultura anarchica e populista, sensibile ai problemi sociali, alla quale Ciusa si dimostra aperto. Posizioni dello stesso genere sono d’altronde di casa anche negli ambienti frequentati dall’artista in Sardegna: nella cerchia nuorese di Grazia Deledda, Sebastiano Satta e del romanziere e pittore Antonio Ballero, così come in quella sassarese che si riunisce intorno al poeta Salvator Ruju e nella redazione della Nuova Sardegna, animata da ideali di sinistra”, radicali e repubblicani.  Tutti, scrittori, poeti e giornalisti, concordano nel volersi fare promotori diuna rinascita civile, morale e intellettuale della Sardegna. È tempo   affermano che l’Isola si svegli dal suo sonno secolare, che vada incontro al futuro, è arrivato il momento per i sardi di scoprire l’orgoglio della propria storia, di una cultura e di una tradizione troppo a lungo ignorate o disprezzate. Agli occhi di Ciusa questi discorsi non rappresentano soltanto delle astratte rivendicazioni culturali: per lui che viene da Nuoro, dove il banditismo, la miseria e la fame sono realtà più minacciose e presenti che in altre parti dell’Isola, il problema del riscatto della Sardegna è una questione urgente e vitale.

Dopo aver lasciato nel 1904 l’Accademia fiorentina, Ciusa ritorna in Sardegna e si stabilisce a Sassari. Arriva con in tasca una lettera di presentazione per Salvator Ruju, datagli da Sebastiano Satta: «Egli è scultore scrive Satta all’amico.  Io ti dico egli è perché ha già dato prova di saper animare con soffio divino la materia bruta. L’ignoranza dei più e la ferrea necessità gli precludono per ora la via ma egli saprà andare avanti a colpi di scure e sarà vincitore». Accolto amichevolmente da Giuseppe Biasi – allora non più che una promessa della pittura – che gli mette a disposizione per lavorare una stanza nel proprio studio, Ciusa non tarda ad ambientarsi in città (ricorderà poi sempre come «meraviglioso» il periodo della vita sassarese). Nell’agosto 1904 espone nella vetrina di un negozio nuorese alcune opere, che vengono salutate da Ruju con entusiasmo. Il poeta sassarese scorge in Ciusa colui che la cultura isolana veva per lungo tempo atteso invano, un artista che «non è venuto fuori dall’Accademia pietrificato di calcare tradizionale», capace di fermare in immagini un mondo che sta per tramontare, la terra «che noi abbiamo visto e esteticamente e socialmente amato e odiato»: la vecchia Sardegna così carica di fascino e bellezza primitivi, ma anche oppressa da un pesante fardello di povertà e sfruttamento.

Oltre al capolavoro "La madre dell’ucciso" che gli conferisce grande successo e notorietà alla Biennale di Venezia non meno importanti sono tutte le altre opere realizzate come - l'Acquaiola, il Pane, la Filatrice, il Dormiente, Il Nomade fino alla realizzazione della figura del poeta Sebastiano Satta.(1934)

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