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Pubblicato da
Luca Mesini
il 26 gennaio 2014

La Repubblica fondata sul Lavoro

Riflessione sullo stato dell'Arte partendo dal concetto che dovrebbe essere il solo settore sul quale “costruire” tutto il resto, attorno. Il Lavoro - fucina e fabbrica, al tempo stesso scuola e palestra dove non esistono ragioni per deprimersi...

«Ci vogliono due dita per tenere un cavo diritto e ci va un artista per disegnare un ellisse...». Ma basta un “uomo” o una Repubblica che NON è fondata sul lavoro, per attorcigliare tutto.

Un blog come tutti quei che scrivo da prendersi per la penna di un creativo, come diversamente non potrebbe essere... un poliedrico creativo che fra mille iper-collegamenti cerca ancora, disperato lui e quelli come lui, di essere contento e felice applaudendo gli altri per le loro eccellenze sbattendo le mani sulle guance facendosi tremare tutti i denti... e poi sfinirsi nel disegnar le cose sue che gli vengono dall'amore che ha fatto nascere per i disegni degli altri.

Solo una sana e consapevole condivisione dell'eccellenza salverà la Repubblica da ciò che non è lavoro, né proclude  all'arte e né genera politica. Solo una sana coscienza delle cose che forti cambiano l'umore derivandolo sempre e solo per eccellenza - anche con umili mezzi: che l'eccellenza sia, pertanto e si faccia prodiga per generar lei sola, virtuosa, questa “genesi“.

Il lavoro è bellissimo, avete mai avuto questa sensazione? Forse no, ma se sì, sapete che è una sensazione stupenda... fare una cosa che sapete fare bene e che serve che facciate così. Vi chiedono il lavoro - e ve lo pagano. Non è meraviglioso? Così poi pagate quelle tasse che si inventano, poniamo il caso, tutti i consiglieri regionali del nostro paese per poter usare i nostri soldi per fare lo shopping nel “polo del lusso“ - avvalendosi puntualmente della facoltà di non rispondere al momento in cui gli si dice: “Ma senta, scusi, com'è che ha usato i fondi della regione per vestiti, jeep, gioielli, vacanze...?“ - tanto patteggiano e stando lì: “chi se ne frega“ ... la nuova parola chiave dell'Apple iphone per identificare il nostro paese (ma, credo, non tutti gli italiani, e se sono qui, è poi per questo: per dare voce agli altri, quelli che han bisogno di un'altra parola chiave: felicità, eccellenza, gioia e responsabilità).

E per dare una voce agli artisti. O lasciare che questi decidano poi di offrire la loro per la mia.

Quante volte quindi vi è successo? E se non succede più o ci sono stati, recentemente, dei bei salti... perché? Ci siam chiesti perché? Abbiamo capito perché?

Una riflessione complessa, questa, che (forse) ci (e mi) permetterà di capire quanto è importante il “Lavoro” e il mondo del Lavoro, senza, con questo, deviare i suoi “precetti costituzionali” ma, invece, lasciando che il lavoro si sposi a quelle vocazioni che, per intuito e formazione, ognuno deve avere in deposito nel cuore - per sentirsi, alla fine della giornata, soddisfatto di “vivere“. Per sentirsi Necessario. Responsabile. Utile.
Perché nessun uomo è soddisfatto di vivere nello scrivere un articolo sui Cosplay quando in Ucraina scoppia la terza guerra mondiale e l'Arte di far Politica si svela, di fronte al mondo, nel pestaggio di una fragile giornalista. Nessun uomo frena il suo bisogno di “urlare il suo dolore“ bypassando i suoi termini creativi scrivendo la storiografia di un poco noto (ma molto creativo) complesso musicale quando sa benissimo che nel suo paese, il solo modo per cambiare verrà forse il giorno in cui nessuno andrà più a votare… Nessun uomo è figlio del suo paese quando ne desidera un altro eppure sa che nel suo, esiste tutto ciò che serve per non indebitarsi finendo coperti dalle spese - e per rinnovare quello che esiste, ed è un simbolo sul quale il mondo talvolta prende ispirazione, mi fregio del bisogno che ho di parlare del concetto di “Repubblica fondata sul lavoro“ per rimettere gli artisti ai loro panni e dare agli uomini più speranze che dolori e affanni, perché è bello sentirsi desiderati per quel che si sa fare e potendolo far meglio soddisfar chi ne ha il bisogno. Ma non è possibile dare respiro a questo sentimento se il lavoro non lo trovo. E non trovarlo significa anche vederlo glorificare quando non ci sono elementi oggettivi per santificarlo... (non trovare il lavoro non significa “tout-court“ non lavorare, non si dice “non trovo lavoro“ solo quando non si lavora, ma sovente lo si dice “lavorando“ male... o non nel modo giusto; non autorizziamo chiunque e qualunque a dire il modo giusto, visto che scoppierebbe una “bailamme” ma piuttosto cerchiamo di capire come il concetto di “lavoro“ giusto generi una cultura del lavoro che costruisce persone che si formano su quel che è il loro intuito migliore, rendendolo poi necessario, facendolo maestro e poi derivandolo a quel che sarà “lo sviluppo del mondo del lavoro“ al suo nuovo professionista, e non al gregario di turno o di circostanza...).

 

Trovare una cosa significa avere degli occhi impostati o tarati per riconoscere le cose che si cercano - è molto facile rischiare di perdere, con gli anni, i riferimenti visivi (per immagine e sostanza) ai nostri occhi... o crescere simultaneamente con occhi educati in modo da riconoscere, gli uni rispetto quegli degli altri, cose diverse per identificar le stesse.

Per tirarci su il morale (su quella che sarà la tragica sequela di questa organica riflessione) possiamo mettere sul piatto un brano musicale (o un concerto).

Usando il termine di “Repubblica fondata sul lavoro“ vorrei ispirarmi a quel concetto di base sul quale si proluce il corso della vita di un artista al suo svolgimento, per, eventualmente, richiamarmi a questo concetto dal momento in cui, pare che si parli tanto di Arte e di Artisti senza emozionarsi o rivedendo, semplicemente, cotte o crude che siano, cose fin troppo “sapienti“ e note. Magari, mi son detto, se la Repubblica fondata sul lavoro fosse una realtà, essa nobiliterebbe il lavoro al punto per cui... nascerebbe un fermento creativo privo di qualsiasi tipo di alterazione, come recentemente ho pensato che se dall'Europa, per 30 anni, non ci son stati segnali degni di nota, dopo la II guerra mondiale, ma piuttosto dall'America - è forse stato per quel clima dalle cui rovine ci va sempre tempo per riprendersi. E con il “lavoro” l'uomo potrebbe riprendersi anche la politica, essendo orgoglioso di abbellir “par suono“ quel termine astratto che vuol dire libertà (come sarebbe voler dir Repubblica).


Per Repubblica fondata sul lavoro vorrei qui intendere pertanto, astraendo il concetto umanizzandolo alla coorte di tutte le persone, artisti e non artisti, tutto il “comparto“ che porta un uomo al suo desiderio di “vivere” e alla possibilità che riesce per farlo.


Naturalmente, e sarà molto difficile sottrarsi al condizionamento che coincide con le nostre visioni del mondo, per “vivere“ ognuno di noi intende una realtà, probabilmente, molto diversa; un artigiano “vive“, un turnista in fabbrica “vive”, un dipendente di un'amministrazione comunale che, con un comportamento da sfaccendato, timbra, sotto alle telecamere, dieci cartellini di presenza per equivalenti dieci colleghi in verità “assenti”, “vive“ (e se ne frega di quelle telecamere, come delle leggi che, recentemente, un noto delinquente italiano - che però si “candida“ come fa da 30 anni, ha fatto sapere all'europa, che le leggi in Italia non servono a niente e risulta però “vana” la sua gloria visto che è stato giusto lui il primo ad averlo fatto capire al mondo da sempre - senza bisogno adesso di dirlo, semplicemente comportandosi come di rito si comporta) - “vivere“. Sono certo di avere una intesa, rispetto a questa accezione, diversa dalla famiglia Bossi, dalla Famiglia Renzi e dalla Famiglia D'Alema e Berlusconi. E da tanti altri, come tanti di Voi avranno, diversa dalla mia, l'avvertenza dimensionale rispetto a questa figurazione… eppure dobbiamo arrivare a un sentimento comune, quando usiamo delle parole ancora non del tutto deformate dalla proto-etica imperante che distrugge valori per costruire disvalori che “chiamati valori“ perdono per incanto il loro deviamento. Le strade e le esperienze di ognuno di noi, parallelamente ai nostri caratteri interpersonali, ci permettono di vivere dei percorsi pieni di incroci, difficoltà e particolari circostanze… ma l'esistere preclude “appartenere” a uno schema (anche qui inteso, volendo, in modo astratto) che possa rappresentare la “Repubblica fondata sul lavoro” come la sostanza “civica e sociale“ sulla quale si snoda, poi, il comportamento di un individuo alla sua facoltà di scelta - e quindi alla produzione o meno del suo prodotto artistico.

L'Artista NON CREA dal momento in cui NON può vivere, l'uomo non sopravvive e non vive dal momento in cui non può vivere e le persone oneste e talentuose (oggettivamente) non vivono se la loro aspettativa di vita è dismessa dagli eccessi di vita di altri.
Gli “uni“ e gli “altri“ sono figure decise dalla qualità del concetto de la Repubblica fondata sul lavoro. Solo questa crea gli “uni e fra loro tutti“ oppure gli uni e gli altri.

Ha un modo tutto particolare Justin Bieber (idolo delle nuove generazioni) a far le gare con la sua Lamborghini contro la Ferrari di un altro “bòcia” a soli 19 anni con coetanei della sua livrea correndo illegalmente con la patente già rimossa per infrazioni, oppure a giocare a spaccare uova contro le finestre del vicinato della Villa Hollywoodiana dove abita… ma se la “Repubblica fondata sul lavoro” permette a Justin di vivere questa deriva esistenziale, nessun pianga quando titoleranno “suicida a 22 anni“ l'idolo delle ragazzine, creando poi un mito su quella che è soltanto spazzatura più o meno nobile di un chiaro sentimento di deriva esistenziale borderline.

Tutta la storia dell'arte, badiamo bene, si basa sulla feconda o meno istituzione - anche astratta, mi ripeto - del concetto di “Repubblica fondata sul lavoro”, come emolumento civile per fare un uomo “maturo” alle sue circostanze umane e creative.
Non per altro si parla di nobiltà quando ci riferiamo al lavoro… e di libertà riferendosi alla Repubblica.

Quando ci approcciamo a un Artista siamo guidati dalle cose che fa. Talvolta, è vero, esistono delle forti attinenze fra la “mensch“ (persona) e le sue opere, ma non dimentichiamo cosa scrisse Anna Magdalena Bach a riferimento del momento in cui il genio e compositore tedesco intuì la “Toccata e Fuga”: “…quando prese lo spartito per mettere nero su bianco ciò che aveva appena composto per istinto, la composizione, alfìne, perse un buon 60-50 percento di quella sua ideale bellezza nata in un momento magico e ispirativo…” con altre parole forse, questo fu però il concetto.
Il gesto è magico - il dogma lo riduce.
L'uomo è “uno strumento“ e come strumento si adopera alla “bellezza“ di madre natura che, in determinate circostanze, può creare cose Artistiche - Madre natura crea quindi queste cose artistiche se trova lo strumento, ed è questo il compito di ogni Artista: farsi trovare pronto a suonare o a mettere in musica “segni“.
L'artista deve farsi trovare a strumentare.
Ogni Artista sa quindi cosa deve fare per mantenere inaltere le sue caratteristiche strumentali, quindi “proporsi“ esatto all'invito della natura stessa. Dialogare con la natura, per un verso - ed essere strumento, per l'altro. Due cose che portano a un prodotto - il quale prodotto può anche non del tutto, o necessariamente, essere “legato“ alla persona. Il dialogo con il concetto di una repubblica fondata sul lavoro può determinare il corso e l'energia che l'artista catalizza o frena al suo bisogno di strumentare.
I dipinti e le opere d'arte vànno sempre oltre alla persone che possono determinarle - perché devono incontrare altre persone, e mantenere vivo il retaggio della vita, fatta di conoscenza, scoperta, desiderio e passione - realismo (anche qui: senza fantasia, non esisterebbe realismo. Una cosa, per esistere, dev'essere sognata prima - e immaginata prim'ancora di essere sognata).
A volte credo che non esistano geni - ma solo persone che abbondano di talento - come non dovrebbero esistere persone egocentriche, ma solo persone desiderose di esistere, senza generare il culto o la mortificazione di se stesse - semplicemente esistere e basta.
Esistere significa lasciare una traccia della propria esistenza - quasi un diritto, come un dovere - la traccia è un segno in mezzo a un alfabeto, pieno di tracce e segnali diversi. L'uomo è un segno di un grande disegno - la vita e l'umanità intera disegnano una realtà in continuo e crescente fermento creativo.
La “Repubblica fondata sul Lavoro” si attiene a questo presupposto: persone che con consapevolezza decidono di donarsi ai loro intuiti per scrivere, insieme ad altri - i segni del loro tempo presente.
Calvino precisò che siamo noi i responsabili della vita che ivi si compone attorno a noi in un modo piuttosto che un altro. Anche andando a pescare addentro alla letteratura afferente alla “creazione“ (sentimento “astratto“ ma inespugnabile al pensiero umano, come fattore stesso di coscienza esistenziale) - fu edotto che Dio (con licenza parlando di “Dio” alle sua varie accezioni, soprattutto artistiche - visto che “Dio“ significa, come l'Arte - tutto e niente) lasciò l'uomo “libero“ di scegliere, e infatti è così. Siamo liberi di scegliere, di dire di Sì oppure di dire di No. Sia quando imbastiamo un dialogo di coscienza con noi stessi sia quando imbastiamo una relazione con gli altri, siamo noi a decidere l'assoluto delle cose - quando l'amore deve finire e piuttosto esser il disinteresse o l'addìo a determinare il seguito alle nostre passioni, ciò che abbiamo trasdotto come “evoluzione“ di eventi circostanziali ai quali abbiamo negato o meno la nostra adesione o presenza in divenire.

L'uomo sceglie - e l'artista, che infine “è” niente altro senonché un uomo, anche.

L'uomo, la donna. Creature vive, pensanti e raziocinanti - che hanno cammini e storie, quindi “background“ differenti e magari molto distanti da ciò che è “evinto“ essere il prodotto che producono, però ci sarà sempre un determinato collegamento fra ciò che è stato prodotto come “segnale scelto in decodifica da quell'uomo” e il suo lavoro stesso. Non dimentichiamo che la “Repubblica fondata sul Lavoro” “nobilita“ le azioni di un uomo, perché è “lavorando“ che l'uomo interagisce con il suo “Io” dàndo pieni poteri di scelta alla sua aspettativa di vita…

Un uomo che “lavora“ ha voglia di vivere, non uno “schiavo“ che non possiamo, né mai potremo, addurre a “uomo che lavora“: quella, infatti, è un'altra condizione… la Società e le democrazie, la vita civile, la Repubblica fondata sul lavoro hanno la responsabilità di rendere, o meno, l'uomo schiavo del lavoro: sì oppure no. Come nel potere decisionale di scelta di cui sopra.
Il lavoro di un operaio - assegno in bianco - o di un altro dipendente di qualsiasi azienda privata, “identificato come testa di volta“ nel canale di produzione di quell'azienda, l'artigiano e l'imprenditore che costruiscono sotto il sole dell'ancòra (quindi della: “ancora“ adesso) ardente fiaccola del principio “Olivettiano“ combinano la sorte sullo “Stato dell'Arte” in base allo stesso lavoro che riescono, o non riescono a fare o fanno molto male, i parlamentari e i dipendenti pubblici che timbrano 20 cartellini di presenza e poi, infilatelisi in tasca, vanno a fare altro, probabilmente sfruttando la buona fede di qualche povero cristo, o fomentando il progresso della delinquenza minorile e il regresso della società civile - La Repubblica fondata sul lavoro è lei sola sovrana a poter decidere cosa permettere all'uomo che “lavora“ e cosa impedirgli.

Purtroppo in Italia pare che tutto sia permissibile, pertanto: le leggi non esistono, come le regole. Atteniamoci quindi a un dibattito sullo stato dell'arte parallelo a quella confido che il concetto di Repubblica fondata sul lavoro decreta come risoluzione di fatto e solvenza deducibile agli atti giorno dopo giorno nel  nostro paese - e cogliamo il segnale della sofferenza che sopporta l'uomo che vive qui. L'uomo - e non il figlio di Bossi: l'uomo, e non altra cosa che non possiamo neanche comparare a un “uomo“.

Levi ha scritto cosa è un uomo - ha deciso come arrendersi a questo deserto dove “non è più l'uomo“ - Michalengeli ha deciso cosa fare dopo essersi impegnato per far fiorire la Repubblica fondata sul lavoro, Manzù anche - ha cominciato a farlo forse strappando la tessera di Brera, Balthus (ma forse per problemi suoi legati alla sua dinamica affettiva) ha deciso di svernare in Svizzera creando un quadro ogni due anni - chi ha il potere per andarsene, vedo se ne va - e ciononostante si proto-abdichi alla Repubblica, questa “resiste” anche se frutti da tempo più non si semina e quindi non ne dà.

L'Artista ha dei doveri precisi - primo fra i quali “industriarsi“ alla sua arte. Può essere veloce o meno, può aver tanto talento o poco, basta che scelga di fare qualcosa possibilmente mettendo a frutto (nel tempo che ha) il suo talento migliore. Tutti gli esseri umani hanno un loro talento migliore, non sempre possono o sanno metterlo a “registro“ con la Repubblica fondata sul lavoro (perché molto dipende da quelle fondamenta) eppure possono vivere attimi in cui questo si libera, indefesso, dentro di loro, producendo qualcosa per gli altri - solitamente: Arte. Bellezza. Cultura. Elemento che genera curiosità quindi fermento creativo e… attenzione: Lavoro.

In questi giorni fremono le trattative sulla “legge elettorale” - ma se esiste una sola persona che pensi che questo sia il fermento che ci vuole al Paese per risollevare il mondo del lavoro, non sa proprio come gira il mondo. Parafrasando un film di “fantascienza“ (e non fantaHorror con mostro al seguito), nel film Core si son fatti dei pasticci sul “gira che ti rigira” ma gli esseri umani, alla loro consapevolezza, potranno solo “parlare“ di Repubblica fondata sul lavoro e provare a crederci per come continueranno a lavorare ogni giorno provando quell'attimo di “estasi“ nel momento in cui riusciranno a farlo essendo apprezzati per quei problemi che risolvono - come di solito è chiesto: a tempo zero.

La Repubblica di cui ho parlato, genera professionisti del genere - fin dalla scuola, fin da piccoli, comporta la generazione di un principio sul quale si gareggia certo ma su quanto si può essere stupidi ad esser meno intelligenti.

Tolta questa consapevolezza, il mondo non cambia e credo che come Charlie Chaplin potremmo giusto limitarci a trovare noi il modo per “esorcizzare“ questa ruota dentata, svitando o avvitando un bullone stante giusto al nostro sorriso che lui solo può mimare un “risveglio“ a una speranza che non ci è dato di sperare. Se riusciamo ancora a svitare e avvitare (quindi: a disegnare). Saremo sempre noi soli a far la differenza e come notiamo noi guardando gli altri, potremmo dire: “...però, guarda che differenza!”.

I sogni e questa Repubblica, rimangono un utopia - giusto perché la libertà impedisce a chi non lavora di andarsene via. In molti e troppi contesti è stato infatti sempre e solo scegliendo di rimanere, e non di andarsene, che si è creato il danno peggiore - ma da che mondo e mondo, “rimanere“ significa “certezza“ - quindi sarà aver deciso creare un ossimoro fra il “rimanere“ e il “cambiamento“ a non mettere se non troppo lentamente in moto questo - “ruotamento“ che il mondo e la coscienza hanno reso necessario... l'uomo non si muove sullo stesso binario: parla di strade diritte (ma dietro alle sue parole, ci sono troppe curve, le sole che non ho mai amato perché non sono tirate ad arte come un ellisse, ma seguono lo schema dell'attorcigliamento... dovremo prima o poi metterci due dita :)

(articolo pubblicato su facebook con la prefazione: La Repubblica fondata sul Lavoro come elemento chiave per definire “la gioia di una linea” tirata decisa con ispirazione creativa e mossa al desiderio - lui solo - che un uomo ha, per esistere...)

Le immagini della galleria sono state ricavate da una ricerca su google immagini con le parole chiave work, hug e lavoro.

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