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Pubblicato da
Luca Mesini
il 08 maggio 2017

Wenders Aliens oxymoron

Molti anni fa, abbiamo visto una mostra fotografica, a Roma, di Wim Wenders. In primo piano svettavano gigantografie di The Ground Zero. L'espressione di quelle fotografie, raccolte attorno al sentimento della morte e del terrore, ci sembrarono molto simili a ciò che era stato spettacolarizzato molti anni prima, della morte e del concetto del terrore, in “Alien” di Ridley Scott (al tempo: il giovane). Non, naturalmente, passa inosservato a nessuno il grande successo esorcizzatore del “bagno di sangue” che commuta, da tempo, ormai, il mondo del cinema ai titoli da hit parade che meglio fanno presa sul grande pubblico, e la recente presentazione del nuovo e ultimo in ordine di tempo seguito di “Alien” sul TG Nazionale la dice lunga sul concetto... eppure tutti e due i “movimenti” che sono in bilico fra immaginario e realtà, sono mossi dall'amore, che naturalmente sublima le azioni del regista a riflettere sulla natura umana, la morte e l'esistenza – e nel cinema: a trovare sempre più barriere che possano stimolare al desiderio di scovarne altre per, in qualche modo, artisticamente parlando: dare una Voce e una Figura al Terrore allo stato puro – quello che non si immagina, quello che per certi aspetti... non si conosce.

In copertina: The Ground Zero di Wim Wenders. Etimologia della Paura moderna, raffronto fra la realtà e l'immaginario – la paura delle foto a testimonio del dramma dell'11 settembre e la saga che con la fantasia di Giger e Scott ha iniziato il disegno dell'angoscia sui termini di quello che è lo spettacolo moderno che rispolvera le arcaiche tensioni degli esseri umani.

prefazione

Ripeschiamo un antico collegamento fra il testimonio fotografico di grande impatto emotivo che fu nelle gigantografie di Wim Wenders dedicate a The Ground Zero e le sensazioni, lagate alla Paura e al Terrore che per questioni di associazione atavica, arcaica, incisiva e istintiva portarono la sensazione sgomenta da quell'orrorifico teatro a quello immaginario di «Alien» (la saga del mostro fantascientifico) – che ha preceduto (in ben 4 successivi capitoli al 2000) questi e altri fatti in tutto il mondo (vedi la Siria per ultima) nell'immaginario necessario degli esseri umani. Scherzeremo a dire che non è necessario, questo immaginario, visto il grande richiamo mediatico che la portata di questi eventi si porta appresso, e se viene “offerto e prodotto” significa che ce n'è bisogno... – e offenderemo la memoria se avessimo voluto davvero paragonare The Ground Zero “fotomontandola” per sovrapposizione ai personaggi di una fiction (cosa che infatti non abbiamo potuto fare), perché una è tragica memoria e l'altra è quella parte che prendendo dalla Storia, riesce talvolta a costruire un legame ancora più empatico di quelle che sentiamo essere le notizie dei nostri telegiornali... e la cosa: non può farci altro. Se non: paura...

Riflessione

La paura è un contesto fisico che apre lo spazio al terrore – per altro verso rimette al centro della vita dell'uomo l'istinto di sopravvivenza, come elemento di base né bypassato dalla routine che “scade” i valori sul limo della noia e sulla sopraffazione degli istinti. Ma una volta sopraffaftti, questi istinti, dalle sicurezze e dalle certezze... che istinto di sopravvivenza rimane? Quale reazione apre, dinnanzi a noi: lo spettro della paura? Senza viverlo non possiamo certo saperlo. Possiamo impararlo (potendo, questa estate) andando nei territori colpiti dal terremoto (e/o acquisti solidali e iniziative RAI).

L'ossimoro è, in pratica, l'espressione del contrario. Recentemente anche argomentato nelle riflessioni di primo mattino (televisive), “affrettarsi lentamente” – viene preso a esempio per rappresentare la natura umana, per certi punti di vista lo Yin e Yang – la contraddizione, il contesto paradossale (ti odio per amore, ma non è odio: è amore) o “esistere senza esistere” o vivere una vita da “morti mentre si è vivi”. Mio nonno, un giorno si fece interprete de “Il Giorno” e de “La Notte”. Una coppia di Nudi di donna si avviano alla fonte, con le anfore in testa: c'è il sole. La stessa coppia, non più vista di spalle, ma a fronte, ritorna dalla fonte con le anfore piene: è notte. Meno drammatico, il contesto ovviamente fioriva sulla caratteristica edotta alle confidenze (sulle quali per volume di parole io non faccio testo) ma per comprendere: il collante degli opposti e dei contrari è sovente tappeto sonoro dell'attività umana, sui quali suoni bisognerebbe addestrarsi come i gesti: saperli ascoltare saperli interpretare.

Alla ricerca della vita: troviamo la morte – così per alcuni versi è la spettacolarizzazione che verte sull'istinto umano, là dove, in condizioni avverse, l'uomo moderno deve in qualche modo ritrovare un contatto perso nella notte dei tempi: dove esistere non era permesso, perché dal buio fioriva la soluzione che negava il riposo al cacciatore: per cui dormir non è permesso.

Ed è il ciclo naturale delle cose, fra prede e predatori – concetto ben'espresso da QUINO quanto disegna tanti cappucetti rossi in fila, una riga tutti in fila camminando verso destra, l'altra fila tutti in riga camminando verso sinistra... e dietro (ma quindi anche davanti) ad ogni cappuccetto rosso: c'è un lupo (non trovo la vignetta forse coperta da copyright che ho nel mio libro, ma posso linkare altri contesti afferenti al noto grande disegnatore).

Fiducia, speranza, tradimento, sopravvivenza: 4 input che portano l'uomo da animale sociale che cerca delle regole (poniamo l'Europa rispetto lo stato padrone nazionale con ardimenti colonizzatori) e quel sentimento sociale e civile che trasforma l'istinto in strumento da difesa (là dove come sappiamo ci trasformiamo in contesti determinati da ogni tipo di eccesso sciagurato).

Le immagini di Ground Zero catturate da Wim Wenders sono rappresentative di quella forma di terrore che abbiamo saputo sublimare in Alien (trailer 1, trailer 2, trailer 3, trailer 4 dopodiché il regista si prese un po' di confidence girando “Il fantastico mondo di Amelie” :), e tutto questo entro il 2000, abbastanza per creare un indotto di fantàsica legata al terrore niente male.... da qui il paragone con le foto di Ground Zero le quali, invero, potrebbe non essere tanto diverse dalle zone terremotate qua in Italia e da tanti altri “teatri” del terrore, come in Siria...; trailer 5 con nuova visione concettuale, quasi un altro pianeta e trailer 6 – attualmente in “sala” – dove il bisogno splatter non è ai livelli di Tarantino e si mantiene inaltero un certo sentimento da stress) ...per paradosso: la fantascienza, per continuare una storia – ci mette circa 40 anni – mentre nella realtà siamo praticamente fermi.

Supponiamo acqua su una Luna di Saturno, prevediamo pianeti abitabili lontano anni luce ma... per ora solo la fantascienza di ha messo 40 anni a raccontarci una saga del genere.

Se la fantascienza (costretta dalle formule della relatività edotte dal tipo di produzione cinematografica) ci mette 40 anni per portare avanti una storia, la realtà quanto dovrebbe metterci – calcolando che la fantasia viaggia teoricamente più veloce della realtà?

Il fascino delle teorie di Einstein ovviamente ci affascina... (non troviamo il conciso della fonte quindi andiamo a memoria...) là dove tutte le formule cambiano direzione mosse da un pensiero archetipo che anticipando formule sconosciute deforma lo spazio dandogli 3 dimensioni, eppure anche partendo da un foglio (piatto), dove se all'angolo superiore destro faccio un punto e ne faccio un'altro lungo la diagonale all'angolo inferiore sinistro... se piego il foglio unendo i due punti: il punto di partenza si trova nello stesso momento e nello stesso luogo del punto ipotetico di arrivo.

La Paura e il Terrore ridisegnano le storie degli uomini.

Nel nostro piccolo, questi due traguardi partono da lontano, perché la paura inizia là dove comincia l'incertezza, e il mondo del lavoro, il cambiamento delle nostre abitudini, per cause semplici e riportabili al solo caso che comporta un uomo a fare i conti con la sua “salute” (di solito superata una certa soglia di età... poiché da ragazzi, se si sopravvive a se stessi e il fato – la salute è una parola e basta: non ha anche un significato...) ergo il richiamo a questo “modello” è sempre presente (al punto che pare che molti registi rispondono in positivo al sentimento de “volevo vedere molto sangue”... accontentato).

Mentre Wim Wenders coglie il senso di quel raggio di luce sullo spettro di un disastro per capire là dove nasce la bellezza (come fenice risorge dalle sue ceneri) eppure in tante altre fotografie – la fotografia come significato, porta l'autore a fermare il testimonio del tempo presente e reale, nel quale contesto ciclico la vita degli antenati e il tempo presente si collegano sulla vibrazione dei passi e nello scorrere dei ruscelli.

Recentemente donato al FAI, il lavoro meritorio del regista ci fa riflettere e parla a cielo aperto – come un libro, ma nelle foto di The Groud Zero, nel confino di quei dramma che in questo parallelo, limita i confini del mondo riducendo l'uomo a uno spettro che sovente nessun consuma – là dove il cinema: invece emoziona, giuocando sullo stesso drammatico defino.

Nel secondo film della serie dedicata ad “Alien” ergo a questa nuova rappresentazione della paura più ancestrale, destò una certa “stortura” l'inserimento di una bambina nel film. Nel contesto cinematografico: il coinvolgimento con la storia, suscita, nello spettatore, una reazione emotiva “collassale” fisicamente molto forte e sovente avvertibile in una sorta di ragione sentimentale che porta al pianto, perché in quel contesto – diciamo pure... “no, una bambina: no!” ... eppure la cosa dovrebbe farci meditare come nella realtà, noi siamo molto più distaccati.

Non riusciamo sovente a comprendere il dramma reale più di quello immaginario.

La ragione è nell'(ossimoro??) che abbiamo recentemente sintetizzato ne “Bisogna viverle certe cose per capirle; bisogna capirle, per non viverle” ergo se un dramma non ti tocca da vicino: non lo vivi, partecipi o conosci. Alcuni di noi, sul caso Alabed Bana, si sono avvicinati a una sorta di rapporto empatico – grazie ai social, più in particolare a “twitter” che in tempo reale dispone, consegna, segnala, denunzia.

In Alien tutti vogliono vivere e si trovano nella disperata condizione di morire: condizione che porta a sopravvivere in maniera molto incerta. E nella vita reale il quotidiano scontro con questo diritto per un verso e desiderio spontaneo per l'altro deve superare barriere ed ostacoli incredibili.

Mettiamoci addosso i panni di chi è nel dovere deontologico di aiutare il prossimo: da un “inferno” (poiché chi di noi prova a superare i confini aldilà di “quel confine” se non lo salva la Farnesina non torna indietro...) al paradiso: ovviamente, questo non è un paradiso ma sulla bilancia, è chiaro che lo è. Se io accolgo persone, migliaia di persone che non conoscono niente della mia lingua e della nostra cultura li devo in qualche modo acculturare – ma contemporaneamente, non sono neanche in grado di garantire l'esenzione da ticket a un professionista del mio paese (acculturato da generazioni, dovrei dire autoctono) dal momento in cui superati i 35 anni non è più papabile dal mercato. E a una reunion culturale devo sentirmi dire da Fazio che se lui viene considerato un costo e basta se ne va anche da un'altra parte: su quei due milioni all'anno non si discute? Nell'amalgama del contesto... questa varietà di problemi accresce la mi capacità a sapere o meno quanto bene o come riuscirò a risolvere il problema.

In questa scena tagliata dal secondo capitolo di Aliens: la fantasia del terrore (ergo la ricerca di strumenti opti a darci valide soluzioni al problema), mette a disposizione della “speranza” dei fantastici e provvidenziali fucili con 500 cartuccce (tanto potenti quanto quelle di un piccolo cannone disintegratore) che si attivano grazie a un sensore di movimento – per mettere una difesa fra gli umani e i mostri (che si vogliono mangiare gli umani ovviamente).

Che strumenti ho – fossi nel contesto di organizzare un soccorso, per portare i migranti dall'inferno al paradiso? Anche perché ilproblema adesso è che qualche ONG forse somiglia ai nostri parlamentari (anche qui: la fantasia corre al galoppo per trovare strumenti per distrarci...) e da cosa: forse per distrarci dal fatto che questi migranti, una volta salvati, senza nessun acculturamento (non ci sono strumenti) ingrandiscono le fila del caporalato?

Là siamo arivati credo a 1, 2, 3 euro all'ora. In quelle tre euro c'è anche la diaria per pagarsi il trasferimento vitto e alloggio però.

Io non credo che in questa potenza visionaria eppure realistica di Wenders e nelle saghe di cult-movie come questi – non ci siano elementi utili per esorcizzare la vita di tutti i giorni: o per mettere a nudo le nostre paure senza variare troppo il suffisso dimensionale del contesto che le ricava all'interno della nostra psiche come sempre presenti... come le metastasi: sempre pronte a seminare, paura.

La nostra vita operaia (se posso concedermi il lusso di ricordarla) verteva su un guadagno annuo lordo di circa 17 mila euro.

In quel contesto: le foto di Wim Menders su The Ground Zero ricordano Alien ed essendo realistiche: fanno un po' paura.

Mi chiedo se non sia diversamente per altre persone il cui vantaggio a fare ragionamenti del genere non è gratuito: ma ha sempre un costo.

Il solo momento di pace in Alien dura circa un minuto (dal minuto secondo 01'00'' a circa 02'00'') ed è dato dalla musica che accompagna la navicella nello spazio. Anche nella colonna sonora (andate però subito al minuto secondo 01'' e 00' sennò rimanete scioccati)

Mi chiedo se è il giusto paragone di raffronto, come per la vita di una farfallaanche per la vita di un uomo – su una scala di 40 anni per una storia.

A questo punto: avete Voi un momento di Pace da ricordare?

Io sì. Forse dura anche meno di un minuto, posso confonderlo con altri – è sempre luce, e dietro c'è Lei. C'era lei quando avevo circa 6-8 anni – c'è Lei quando ne avevo circa 16, c'è sempre Lei ora che ne ho 50.

Non è quindi un caso che Wenders si sia affidato al sole e... che Alien sia sempre combattuto da una donna?

Wim Wenders: On the Road.

 

 

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