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Vedi Tu

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Vedi Tu
il 13 novembre 2017

Ah! Ricordo un tramonto a Torino

Artissima, the others e la notte bianca a Torino

Vedi tu s’è aggirato nel fine settimana torinese. Abbiamo visto, almeno una parte, della notte bianca, di Artissima e degli eventi collaterali. Questo è un breve racconto, poi  tireremo un po’ le somme di quello che abbiamo incontrato.
Partiamo dal fatto che 20 anni fa Torino ha deciso di non proporre di nuovo le solite decorazioni natalizie, ma di investire sulle luci d’artista. Sappiamo bene quante resistenze  ci saranno state per decidere tra un angioletto in cielo che saluta la gente e una installazione di Zorio. Pure alla fine sembra i cittadini se ne siano fatta una ragione. Passare la sera con turisti (più o meno 100) che facevano foto all'installazione di Merz sulla Mole ci ha reso felici.
Semmai volete cenare in zona, e non siete vegetariani, possiamo consigliare l’Acino in via S. Domenico ( per vegetariani e vegani La Capannina in via Donato). Se pure volete bere un ottimo americano allo zenzeroe non vi fanno impressione scheletri e teschi vari, andate alla Casa del Demone, di fronte all’Acino.

The  Others: Aggirandoci siamo capitati alla maggiore fiera  italiana d’energie creative. Cioè spazi indipendenti in luoghi recuperati ad hoc. Tali luoghi, purtroppo, non possono parlare o difensersi dal recupero, che spesso ne fa scempio. In questo caso, però, viene utilizzato per il secondo anno di fila un ex ospedale e l'effetto finale non è male. Ogni stanza, ogni sala operatoria, ogni corridoio sono  stati occupati da decine di gallerie (centinaia d’artisti) indipendenti. Un po’ il Salone dei rifiutati di Courbet .

Anche qui c’era other food, ovvero un’ottima mensa con vari cuochi gourmet. Ma sabato 4 teneva aperto  fino all’una, dunque ci siamo presentati. A parte una sensazione generale d’essere a una cosa studentesca, una divertente e allegra giornata giovanile dell’arte, noi avremmo dovuto trovarci di fronte a una rassegna di gallerie. Non di spazi pubblici, di luoghi d’espressione gratuita, ma di persone che, pur non essendo inserite in Artissima, si pongono il problema di vivere attraverso la vendita di opere, d'entrare nel Mercato. Alcune cose interessanti (su instagram abbiamo messo le foto di quello che ci è piaciuto), molto ego sparso inutilmente e poi, alla fine, ci siamo trovati di fronte agli anni 60, mentre due  ragazze si dipingevano il corpo nudo. Certo c’erano spazi, temi, lavori interessanti, che lasciano ben sperare, ma in generale ci aspettavamo, dai cosiddetti indipendenti, qualcosa di più o di diverso. D’altra parte  anche  la festa è stata un po’ deludente.                                               
Artissima: La più grande fiera dell’arte d’Italia, invece, non lascia spazio a dubbi. Un’enormità, che non ci ricordavamo così grande, di gallerie a artisti significativi. In tal senso, grazie al lavoro della precedente curatrice (Cosulich Canarutto) e dell’attuale (Bonacossa) il labirinto si complica e si pone un po’ al confine tra unamostra (mostre?) e una fiera. Si sta in un range variabile tra qualche decina e qualche centinaio di migliaia di euro, ma in quell’intervallo c’è tutto. Se poi uno può comprare un Hirst, difficilmente lo fà a una fiera.
Le gallerie più note, molte italiane, gli artisti più venduti. Giri tra i vari sentieri colorati e ti trovi davanti Christo e Fabre e Zijie. Possiamo poi discutere dei premi, a chi sono assegnati, ma tutto sommato possiamo anche essere grati di una sorta di sindrome di Stendhal che ti coglie, a volte, durante il percorso.
Cosa abbiamo notato?

Innanzitutto un gran numero di donne che per noi, in quanto collettivo, è certamente un dato importante. Artiste donne, gallerie di tutto il mondo gestite da donne, un gruppo curatoriale e organizzativo al femminile. Anche nella sezione storica. Abbiamo visto di lato una serie di foto di Gina Pane impacchettate, probabilmente perché vendute.
La sezione disegni: Vale la pena costituire una nuova sezione dedica a questa forma d’arte? Siamo in dubbio. Avere uno spazio dedicato ha incentivato le gallerie a proporre questo tipo di lavori, incrementandone di certo la presenza e valorizzandone l'importanza. Alcune gallerie hanno portato opere che, probabilmente, altrimenti avrebbero lasciato a casa.  Ma quante sono le opere che non potevano stare altrove? E, d'altra parte, disegni e foto, che d’uso costano di meno,  in una fiera li avremmo visti comunque. Pure a The others gli spazi indipendenti portavano disegni se volevano vendere qualcosa.

Una certa continuità nei linguaggi. Togliamo alcune cose eccedenti, che  non ci spieghiamo in una fiera, ma nella gran parte dei casi ci troviamo d fronte a una lingua condivisa, nel Mercato. Non è che non vediamo le differenze tra gli artisti o tra le gallerie. Tra un artista iracheno e uno finlandese, una galleria statunitense e una ucraina ci sono evidenti discontinuità. Pure, però,  c’è qualcosa, un sottofondo, difficile da spiegare in poche parole, che troviamo uniforme in tutte le proposte. Ci confermiamo un pò nell'intuizione che l'arte attuale si configuri non come un dato temporale, gli artisti che lavorano proprio ora,  ma come un unico grande movimento, che la globalizzazione rende mondiale. anche nel futurismo, per l'appunto, c'erano differenze tra gli artisti, pure si riconoscevano in un progetto. Il contemporaneismo come movimento senza manifesto, basato di più sulle connessioni e le uniformità che il Mercato permette. Se uno si perde nel percorso, segnato da righe colorate, proprio  per questo ha difficoltà  a trovare la retta via. Tra il viola e il giallo stesi a terra, tra dialoghi e futuro, c’è una relativa differenza espressiva.

Ci rimane il dubbio di quale sia la differenza tra un curatore di una mostra, qualunque, e di una fiera, come questa. Nell’una non c’è problema di Mercato (almeno nell'immadiato, poi certo è dietro l'angolo) nell’altra si deve stare nel Mercato. La prima è spesso finanziata, la seconda si procura i finanziamenti. E’ tanto strano preferire Artissima?
 

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